domenica 17 novembre 2019

Evoluzione dei colori delle ali di Heliconius
Interazione tra flessibilità dello sviluppo e determinismo nell'evoluzione dei modelli mimici della farfalla Heliconius

Un team internazionale di scienziati che lavorano con le farfalle Heliconius presso lo Smithsonian Tropical Research Institute (STRI) di Panama si trovava di fronte a un mistero: in che modo le coppie di farfalle, provenienti dall'area situata dal Perù alla Costa Rica, evolvono più o meno con gli stessi schemi geometrici delle ali? La risposta, pubblicata su Current Biology, (1) cambia per sempre il modo in cui l'evoluzione viene compresa. 

La dottoressa Carolina Concha autrice dell'articolo e post-dottorato presso il Smithsonian Tropical Research Institute (STRI), ha affermato: “Il nostro team è il primo a riferire che sebbene l'evoluzione di simili modelli di colore in Heliconius possa essere guidata da forze simili - come i predatori che evitano un particolare tipo di farfalla - il percorso verso quel risultato non è prevedibile. Questo ci ha davvero sorpreso perché rivela l'importanza della storia e delle possibilità nel modellare i percorsi genetici che portano al mimetismo delle ali delle farfalle.” 

I brillanti colori delle ali di Heliconius segnalano ai predatori la tossicità delle farfalle. Modelli di ali maschili appariscenti segnalano alle femmine che stanno scegliendo le specie giuste con cui accoppiarsi. In qualche modo queste due forze, predazione e accoppiamento, portano a simili modelli di ali in gruppi di farfalle isolate nelle valli montane e ai piedi delle Ande. Eliminando un singolo gene chiamato WntA in 12 specie diverse, comprese le loro varianti, i biologi molecolari del team potevano constatare se le farfalle in una coppia, con gli stessi schemi delle ali, stavano usando gli stessi percorsi genetici per colorare e modellare le loro ali. 

Il dottor Arnaud Martin, (2) co-autrice e capo del Butterfly Evo-Devo Lab della George Washington University, ha dichiarato: “supponiamo di dare a due squadre i medesimi blocchi di lego e venga chiesto loro di costruire lo stesso progetto. Ogni squadra svolgerà il compito in modo diverso, ma alla fine, il risultato è lo stesso. Le farfalle affrontano sfide molto più serie: costruiscono strutture fatte di scaglie di ali che sono essenziali per la loro sopravvivenza e capacità di riprodursi.” 

Le domande sul mimetismo delle farfalle hanno incuriosito i biologi per decenni, ma la tecnologia per rimuovere selettivamente un singolo gene in un organismo vivo non esisteva fino a circa cinque anni fa. Ora, con l'editing genico CRISPR / Cas 9, sta diventando molto più facile cimentarsi con il codice genetico. Quando i ricercatori eliminano un importante gene di patterning come il WntA, cambia la struttura microscopica e il colore delle squame che compongono l'ala della farfalla e, di conseguenza, il pattern cambia. Lo studio solleva una serie di domande, come il modo in cui il WntA interagisce con altri geni per finire con un'area che è rossa o nera. Ora il team vuole sapere come viene controllato il gene WntA. 

Il dottor Riccardo Papa, (3) coautore e professore di l'Università di Puerto Rico. ha affermato: “abbiamo appreso che mentre un gene dello sviluppo (WntA) può avere un ruolo importante nell'evoluzione della maggior parte dei modelli di colore delle ali di farfalla, il suo uso preciso per colorare l'ala di una farfalla non è completamente prevedibile. Le specie distinte con identici schemi di colore delle ali, come le farfalle mimetiche, possono evolversi usando strategie molecolari diverse. Immagina le medesie note suonate su strumenti diversi!”
Il dottor Owen McMillan, scienziato del personale e capo del laboratorio di genomica ecologica della STRI, dice: “alcune persone dicono che Panama sia una parola indigena che significa abbondanza di farfalle. I laboratori Smithsonian di Gamboa sono sicuramente uno dei posti migliori al mondo per capire come si evolvono le farfalle e speriamo che ricercatori ispirati si uniranno a noi qui mentre continuiamo a fare domande su queste stupende creature.”

Hanno contribuito a questo studio venticinque autori delle seguenti istituzioni scientifiche: Smithsonian Tropical Research Institute, University of Oxford, del George Washington University, Mississippi State University, University of Cambridge, University of Puerto Rico, Universidade Estadual de Campinas, Universidad del Rosario, University of Chicago and North Carolina State University. Lo Smithsonian Tropical Research Institute, con sede a Panama City, Panama, è un'unità della Smithsonian Institution. L'istituto promuove la comprensione della biodiversità tropicale e la sua importanza per il benessere umano, forma gli studenti a condurre ricerche nei tropici e promuove la conservazione aumentando la consapevolezza pubblica della bellezza e dell'importanza degli ecosistemi tropicali.

Riferimenti:



 

Descrizione foto: un esemplare di farfalla di Heliconius. - Credit: Smithsonian Tropical Research Institute (STRI).

https://www.ecplanet.org/

martedì 12 novembre 2019

Perdita della biodiversità costa 1,5 volte il Pil globale
Sir Robert Watson, vale 145.000 miliardi di dollari l'anno


12 Novembre 2019 - La perdita di biodiversità costa più di una volta e mezza il Prodotto interno lordo (Pil) globale, per una cifra che raggiunge 145.000 miliardi di dollari l'anno: è il dato presentato oggi a Roma da Sir Robert Watson, uno dei maggiori esperti internazionali delle tematiche ambientali e fino allo scorso maggio presidente della Piattaforma intergovernativa promossa dall'Onu sulla biodiversità (Ipbes).

L'occasione è stata l'Aurelio Peccei Lecture, organizzata da Wwf Italia, Club di Roma e Fondazione Aurelio Peccei, con il sostegno di Novamont.

"I cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità - ha rilevato Watson - non possono più essere considerati questioni separate, devono essere affrontate insieme e ora". Per questo "occorre una politica globale" e "senza compromessi al ribasso" e "il 2020 dovrà essere, con i suoi appuntamenti, l'anno di svolta per cambiare rotta". Secondo l'esperto "tra i servizi forniti dalla biodiversità agli ecosistemi, il cui valore è stimato in 125-145.000 miliardi di dollari annui, ci sono impollinazione delle colture e depurazione delle acque, che l'uomo sta minacciando, e anche la protezione dalle inondazioni e il sequestro del carbonio".

Citando un recente rapporto dell'Ipbes (Intergovernamental Science Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services), l'esperto ha osservato che "nei prossimi decenni, almeno un milione di specie viventi, su una stima di 8 milioni, saranno in via di estinzione, una perdita del 15% della biodiversità che non indica un'estinzione di massa, ma che è comunque inaccettabile". Il tasso totale di estinzione delle specie è oggi a un livello che supera dalle decine alle centinaia di volte la media del livello di estinzione verificatasi negli ultimi 10 milioni di anni.

In particolare, ha aggiunto, "negli ultimi 50 anni l'intervento umano ha trasformato significativamente il 75% della superficie delle terre emerse, ha provocato impatti cumulativi per il 66% delle aree oceaniche ed ha distrutto l'85% delle zone umide". Oltre il 30% delle barriere coralline è a rischio e dal 1970 ad oggi lo stato di salute di molte popolazioni di diverse specie di vertebrati è declinato del 60%. Questo "sconcertante tasso di cambiamento globale della struttura e delle dinamiche degli ecosistemi della Terra, dovuto alla nostra azione, ha avuto luogo in particolare negli ultimi 50 anni e non ha precedenti nella storia dell’umanità. Le cause principali sono, nell’ordine, la modificazione dei terreni e dei mari, l’utilizzo diretto delle specie viventi, il cambiamento climatico, l’inquinamento e la diffusione delle specie aliene".

Secondo Watson "l'amministrazione ordinaria non e' sostenibile sia per i cambiamenti climatici sia per la perdita di biodiversità" per cui "le azioni dei governi e dei privati sono inadeguate. Serve - ha concluso - un cambiamento profondo e la volontà politica soprattutto nell'utilizzo dell'energia e delle risorse".

Il 2020 deve essere l’anno zero per la salvaguardia della biodiversità: la 15/a Conferenza delle Parti (Cop 15) della Convenzione sulla diversità biologica (CBD) che si terrà a Kunming, Cina e che dovrà approvare la nuova strategia decennale per la biodiversità fino al 2030, la scadenza di alcuni target dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 approvati da tutti i paesi del mondo in sede Onu e i target fissati dell’Accordo di Parigi sul Clima, dall’altro, sono momenti fondamentali per limitare la perdita di biodiversità, e in questa corsa contro il tempo la contestuale lotta ai mutamenti climatici sarà decisiva.

Ma le promesse che i vari paesi hanno sin qui messo a disposizione per decarbonizzare le proprie economie sono inadeguate. L’aumento della temperatura globale, secondo quanto deciso nella capitale francese nel 2015, potrebbe raggiungere il target “ideale” del 1,5 gradin centigradi entro la prima metà del 2030 e di 2 gradi nel 2050-2070. Ma, senza intervenire con azioni molto più decisive di quelle sin qui promesse, già oggi le previsioni al ventennio 2050-2070 parlano di un incremento di 3-4 gradi, ha osservato Watson.

ANSA

lunedì 11 novembre 2019

“Il disordine dei boschi? Si chiama equilibrio e biodiversità”

Tutto quello che viene considerato “disordine e sporco” nei discorsi relativi al bosco è invece vita, biodiversità, equilibrio e protezione del suolo. Eppure un bosco privo di arbusti, fronde e legni lasciati sul terreno, un bosco diradato troppo, un bosco “aperto”, costituisce un disastro ambientale in fieri.



Coloro che parlano di ‘boschi non puliti’ (sporchi?) non si riferiscono a lattine, bottiglie e sacchetti di plastica, pacchetti di sigarette, bossoli e altre schifezze. Si riferiscono ad alberi vivi e morti, arbusti, fronde e legni depositati sul terreno. La cosa più tragica è che molti di loro ritengono che un bosco ‘ben curato’ sia quello ridotto più o meno come un parco cittadino, cioè col terreno nudo e pochi alberi distanziati. Il bosco ‘pulito’ vuol dire un  bosco, ripetutamente sottoposto a ceduazione, un bosco diradato troppo, popolato da precari fuscelli, invaso da rovi e robinie.

Un bosco così ‘pulito’ è un disastro ambientale in essere e in fieri per molti motivi, tanto più oggi, con l’aumento delle temperature, le estati torride e siccitose, le piogge concentrate e torrenziali. Perché? Perché un terreno, come sanno tutti i naturalisti e i contadini biologici, per sopravvivere deve essere sempre ‘coperto’: la terra nuda muore e viene erosa. Coperto dunque di foglie e di erba o di arbusti e alberi o, quantomeno, dalle loro chiome imponenti, da ciò che muore e rimane in posto. Il che vuol dire: se si vogliono lasciare pochi alberi, devono essere talmente grandi e vetusti da coprire con le loro fronde tutto il terreno sottostante. Deduzione: non si può tagliarli ogni venti anni e lasciare solo esili piantine su tanti metri quadri di ripida collina, come consentono oggi alcune leggi regionali, e poi dare la colpa ai “boschi non puliti” quando arriva l’alluvione. In un bosco ‘pulito’ secondo il concetto dei cultori dell’innaturalità, cioè con esili alberini molto distanziati, niente sottobosco e niente frasche e legno marcio sul terreno, al massimo crescerà l’erba in primavera, per seccare impietosamente in estate, esposta ai quaranta gradi all’ombra che sono ormai la norma, senza creare humus e lasciando il terreno esposto e indifeso, conseguenza di una variazione microclimatica: il sole estivo lo calcinerà, le piogge autunnali in presenza di un minimo pendio se lo trascineranno giù nell’alveo dei fiumi, con il prezioso carbonio.

Tutto quello che viene considerato “disordine e sporco” in certi discorsi è invece il “bosco vero”, vita, biodiversità, equilibrio e protezione del suolo; l’ambiente in cui crescono spore, licheni e funghi che nutrono e fertilizzano, nonché il rifugio e il nutrimento per ogni tipo di vita, dai batteri agli uccelli, dai carnivori agli ungulati. Il Bosco non è “Vuoto”, non è solo alberi, è ricco di fauna, è la CASA di tanti.

Ho letto di agronomi e forestali sostenere cose da far accapponare la pelle: chi accusava delle alluvioni l’abbandono dei campi coltivati, chi la presenza del sottobosco, chi la vegetazione ripariale. Il concetto di tutela dei boschi non è questo. Questa è la cultura che abbiamo in Italia: una visione esclusivamente antropocentrica ed economica delle questioni ambientali. Il resto del mondo ha capito da quasi quarant’anni che si tratta di una visione fallimentare. Chissà da noi quanti altri disastri ambientali dovremo subire e combattere, ancora prima che si dia voce a chi di conservazione e tutela dell’ambiente ne capisce davvero.

Oggi si sta partendo all’assalto dei boschi, quei boschi che si sono estesi per l’abbandono dei terreni agricoli, ma ancora boschi poveri di sostanza organica. Ora li vogliono azzerare a sterili boschi cedui, da sfruttare fino all’osso. In realtà sono le grandi aziende della filiera del legno che stanno cercando di essere autorizzate a mettere le mani anche sui boschi.
Anziché una saggia politica del lasciare fare alla natura, affinché i boschi si trasformino in foreste d’alto fusto, si vogliono ritrasformare i cedui ed i cedui invecchiati, che stanno divenendo alto fusto per processo naturale, in cedui semplici, che è come dire il deserto: “boschi di stuzzicadenti”.

Per non dire del consentire la realizzazione di piste e strade ovunque per facilitarne l’esbosco: come se non si costruissero già troppe strade in montagna! Si dice che si vuole controllare il degrado del territorio, impedire frane e smottamenti, che invece saranno facilitati proprio dall’eccessiva apertura di piste e strade senza controllo. Un tempo, quando si voleva tagliare un bosco o aprire una strada, bisognava chiedere il permesso fare un’analisi del bosco e del territorio e della sua geologia prima di dare l’ok al taglio, consigliando anche dove e come tagliare e come e fin dove realizzare strade, proprio per impedire frame e smottamenti. Il loro sfruttamento (tagli e strade) li rende insicuri e fragili! Chi gestiste deve controllare e seguire attentamente tutta la progettazione e le fasi cantieristiche. 


Si  ricorda che in piena crisi del riscaldamento climatico e conseguente crisi idrica, occorre sapere che un grande bosco con alberi di oltre 60 anni assorbe nelle falde acquifere una quantità tripla rispetto ad un misero bosco ceduo.
Il Documento che prova riguardo l’intoccabilità si chiama Evoluzione Darwiniana, l’unica legge e lingua che conosce la Natura, mentre quella umana è solo pura imposizione presuntuosa ed errata. L’essere umano è comparso 2/3 milioni di anni fa, pota e abbatte da 2000 anni, le foreste esistono da 300/400 milioni di anni.
Le autopotature degli alberi, le cadute in base all’età, o malattie in un  bosco, sono processi spontanei ed evolutivi che non hanno l’assoluto bisogno del governo umano. La selvicoltura è economia/reddito, né più e né meno della zootecnia per gli animali domestici e da reddito.


Non ha la silvicoltura la capacità né l’intento di migliorare nulla. Perché i boschi si migliorano in funzione della loro ecologia e biologia sistemica, che tiene conto di flora, fauna, funghi, batteri, terreno in Rete interattive dinamiche–evolutive, che non c’azzeccano nulla con l’approvvigionamento di legno e le biomasse assegnate alle ditte. Boschi anche in assenza di attività selvicolturali, evolvono in modo autonomo con caratteri che ne aumentano i servizi ecosistemici associati. Un bosco nasce, cresce, matura, invecchia, si rigenera. “L’errore umano è quello di considerare che il bosco maturo, possa  invecchiare e deperire, assumendo, per la misura del tempo che farebbe invecchiare il bosco, il trascorrere della vita dell’uomo” (F. Clauser)



© MARA LORETI – Geologa e naturalista

sabato 9 novembre 2019

Alghe... in cortile

Oltre il muschio e i licheni: sulla ghiaia dello stradello davanti a casa sono cresciute delle alghe… Sembra Nostoc, una delle tante specie di colonie di cianobatteri azotofissatori di acqua dolce, che sono costituiti da cellule rotondeggianti avvolte in una massa gelatinosa verde. Hanno la capacità di attuare la fotosintesi. La Nostoc viene anche chiamata Spuma di Primavera
Direi che a pioggia siamo a posto.

mercoledì 6 novembre 2019

La regina Elisabetta non indosserà più pellicce vere, la svolta animalista di Buckingham Palace

6 novembre 2019 - The Queen goes cruelty free: qualsiasi nuovo capo realizzato per sua Maestà Elisabetta che richieda inserti in pelliccia, compresi cappotti, cappelli e abiti da cerimonia, d’ora in poi sarà sarà sintetico ed ecologico. Niente più pellicce fatte a discapito degli animali, quindi, e nel Regno Unito si parte proprio dalla sovrana ormai 93enne.

regina elisabetta 

A rivelarlo è Angela Kelly, la designer della regina, che nel suo memoir The Other Side of the Coin: The Queen, the Dresser and the Wardrobe racconta che in realtà da quest’anno Elisabetta II indosserà pellicce vere soltanto nelle occasioni ufficiali, come l’ermellino per l’apertura annuale del Parlamento, e che il cambio di direzione riguarderà solo i nuovi indumenti.

Bene ma non benissimo quindi, ma gli animalisti applaudono comunque al gesto e allo sforzo verso un abbigliamento più sostenibile. Elisabetta era stata di fatto più volte criticata dalle organizzazioni per i diritti degli animali per aver continuato a indossare pellicce, nonostante le numerose case di alta moda abbiano via via abbandonato l’uso del prodotto “crudele”.
Siamo entusiasti che Sua Maestà sia ufficialmente libera dalle pelliccedice Claire Bass, animalista e direttrice esecutiva di Humane Society International. La decisione della regina Elisabetta di usare il sintetico è il riflesso perfetto dell’umore del pubblico britannico. La stragrande maggioranza detesta infatti la pelliccia vera e non vuole avere nulla a che fare con essa. Il Regno Unito ha vietato l’allevamento di pellicce quasi due decenni fa perché era considerato troppo crudele, ora dobbiamo finire il lavoro e vietare anche le vendite di pellicce“.
Il Regno Unito è stato infatti il primo Paese al mondo a vietare l’allevamento di animali da pelliccia per motivi etici, sebbene permetta comunque di importare pellicce di animali da altri Paesi come Finlandia, Polonia e Cina.
Molte case di moda hanno vietato la pelliccia vera dopo le proteste di organizzazioni per i diritti degli animali, tra cui Gucci, Calvin Klein, Stella McCartney, Vivienne Westwood, Tommy Hilfiger, Versace, Armarni e Hugo Boss.

E in questa occasione anche PETA interviene: “Stiamo alzando un bicchiere di gin e Dubonnet per la compassionevole decisione della Regina di liberarsi della pelliccia. Nel 2019, nessuno può giustificare la sottomissione degli animali all’angoscia di essere ingabbiati a vita o catturati in trappole d’acciaio, fulminati e pelati per articoli di pellicce tossiche“.
regina elisabetta
Ben detto, ma anche la British Fur Trade Association (BFTA) ha da proferire la sua e, se da un lato azzarda a sostenere che una pelliccia vera rimane un prodotto sostenibile, perché privo di plastica e dura a lungo, dall’altro si fa convinta che: “La famiglia reale è stata in prima linea nella promozione del benessere degli animali e degli sforzi di conservazione in tutto il mondo per molti anni, ciò si allinea perfettamente con la pelliccia di provenienza responsabile“.
E continua: “La pelliccia vera è uno dei prodotti naturali più sostenibili e duraturi disponibili, quindi, nonostante ciò che affermano i gruppi per i diritti degli animali, siamo sicuri che la famiglia reale continuerà a indossare pellicce di provenienza responsabile“.
Da questa parte, accogliamo con entusiasmo l’iniziativa di Queen Elizabeth di non indossare più d’ora in poi capi fatti con gli animali, ma speriamo che la Royal Family vieti anche l’utilizzo delle pelli di orso per i copricapi tradizionali delle guardie reali o la caccia alla volpe di cui – si dice – Carlo è tanto appassionato.

Insomma, la strada per il Paradiso è lastricata di buone intenzioni, ma l’importante è cominciare!

 fonte: www.greenme.it

domenica 3 novembre 2019

Piove

Da ieri piove senza interruzione e di conseguenza aumenta l'acqua nell'Enza. I lavori che avevano fatto nel greto sembrano aver convogliato la corrente verso la sponda sinistra e il centro, ma quando l’Enza andrà in piena non si può prevedere sin dove arriverà l’acqua. Cmq. spero non si ripeta più quella notte di dicembre in cui la corrente aveva quasi superato l’argine e ho “dormito” vestita e col cappotto (era saltata la corrente elettrica e non funzionavano neppure il riscaldamento e le pompe dell’acqua potabile), pronta a salire in collina in caso di allagamento della casa.

giovedì 31 ottobre 2019

Uva italiana e pesticidi

Uva italiana, il lato oscuro: fino a 19 pesticidi in un grappolo. L’inchiesta del Salvagente

La rivista Il Salvagente ha fatto analizzare 16 campioni di uva bianca da tavola acquistata presso supermercati, discount e negozi bio tra i più frequentati, per misurarne la food safety. L’uva acquistata in un discount svetta nella black list con record di fitofarmaci riscontrati: ben 10 fungicidi e 9 insetticidi. Ma anche gli altri grappoli analizzati, tutti rigorosamente made in Italy, presentano tracce di 5-7 trattamenti chimici differenti, seppur nei limiti di legge per quanto riguarda i residui ammessi. A preoccupare è soprattutto l’effetto cocktail, per un frutto molto diffuso sulle tavole degli italiani (380 mila tonnellate all’anno il consumo medio)

Dalla Redazione
uva pesticidiEstremamente soggetta agli attacchi di insetti e agenti patogeni, l’uva è un frutto di non facile gestione dal punto di vista della coltivazione. “I trattamenti chimici che subisce sono numerosi, ed è quasi naturale attendersi degli acini molto contaminati”. A lanciare l’allarme è Il Salvagente, rivista mensile dedicata alla tutela dei consumatori diretta da Riccardo Quintili ed edita da Matteo Fago. Parlando di residui di fitofarmaci sull’uva, qual è il limite da non oltrepassare? E con quali conseguenze per la nostra salute?

uva pesticidiIl Salvagente ha cercato di scoprirlo portando in laboratorio 16 campioni di uva bianca da tavola acquistata presso supermercati, discount e negozi bio tra i più frequentati. “Nonostante le premesse e la consapevolezza di avere tra le mani un prodotto quasi certamente coltivato con l’ausilio di sostanze di vario genere, le sorprese non sono mancate”, si legge in una nota ufficiale veicolata dall’editore. La ricerca di trattamenti fitosanitari ha evidenziato infatti come gli acini di molti campioni presi in esame siano in qualche modo contaminati.
L’uva acquistata in un discount si aggiudica la maglia nera nella classifica stilata dal Salvagente in seguito alle analisi, stabilendo un vero e proprio record di fitofarmaci riscontrati: ben 10 fungicidi e 9 insetticidi. Ma anche negli altri grappoli, tutti rigorosamente made in Italy, la situazione cambia poco. Tutti i prodotti analizzati presentano tracce di 5-7 trattamenti chimici differenti.
Sebbene nemmeno nel prodotto più contaminato i singoli pesticidi non abbiano superato i limiti di legge, è bene ricordare che l’uva da tavola è un alimento da consumarsi fresco, buccia compresa, e al quale si richiede la maggior pulizia possibile. A preoccupare è soprattutto l’effetto cocktail, ovvero l’azione combinata di basse dosi di diversi principi attivi presenti contemporaneamente nell’alimento, con conseguenze per la salute ancora ignote. Un problema tutt’altro che secondario, considerando che nelle tavole italiane approdano ogni anno circa 380 mila tonnellate di uva da tavola, prevalentemente bianca come quella analizzata dal Salvagente nel numero di novembre, dove è presente la classifica integrale con i test di laboratorio.
In edicola con la rivista, ma anche acquistabile online sul sito del mensile, sarà disponibile il nuovo libro del Salvagente “Dacci oggi il nostro veleno quotidiano”, un libro inchiesta sul grande inganno dei pesticidi. Dal Ddt al glifosato, fino ai probabili protagonisti degli allarmi futuri, il volume di 132 pagine fa il punto sui pericoli e sugli interessi che hanno mosso il mercato per oltre mezzo secolo.

30 ottobre 2019 


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